A tu per tu con l’inviato de “Le Iene” Andrea Agresti


“Noi de “Le Iene” non ci sostituiamo alle istituzioni, semplicemente noi funzioniamo perché le istituzioni non funzionano e la gente non da loro fiducia” spiega Andrea Agresti


Intervista di Desirè Sara Serventi

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Quando non veste i panni del Sergente Hartman, l’inviato de “Le Iene” Andrea Agresti, sale sul palco per esibirsi insieme alle sue band, riscuotendo sempre un grande successo, non solo per le sue doti canore, ma anche e soprattutto per la sua spiccata simpatia con cui riesce sempre a mettersi al servizio del pubblico che ha difronte. Una vera e propria rivelazione sono stati infatti i tre dischi da lui scritti dal titolo “Iena Ridens”, “Agresti domiciliari” ed infine “Enzimi digestivi”, che rispetto agli altri due presenta testi di un’ironia più amara. E’ autore del libro “Opercoli di saggezza”, con cui ha venduto tantissime copie, tante da dargli l’imput per scrivere il secondo. Schietto e senza peli sulla lingua l’inviato de “Le Iene” Agresti, che quando c’è da mettere in piazza quello che non è eticamente e legalmente corretto lo fa senza alcun timore e senza alcuna remora ma con una naturalezza che lo caratterizza. Amato dal pubblico e ovviamente detestato dalle persone a cui vengono scoperte e denunciate pubblicamente le malefatte. Il ruolo di inviato però non è proprio privo di pericolo, e certe inchieste mettono a repentaglio la vita. Il rischio c’è, ma la passione è quella che gli porta ad andare avanti, al costo di rischiare sulla propria pelle. Intanto il Sergente Hartman è pronto per tornare in campo con le sue frecciatine dirette ed efficaci, dove non c’è posto per favoritismi personali, perché in questo lavoro non si guarda in faccia nessuno, e poco importa se davanti a lui c’è un politico, un cantante, un attore o uno chef, se bisogna fare le pulci a qualcuno lui le fa. Attenzione perciò a rigare diritto , perché Andrea Agresti è sempre dietro l’angolo!

Se ti chiedessi di raccontarti, cosa risponderesti?
Ti risponderei che sono una persona normale che fa un lavoro che, apparentemente non è normale, sempre a contatto con il pubblico, tra i palcoscenici a fare spettacoli di cabaret o a suonare con le mie due band, oppure, in televisione dove faccio “Le Iene” con le mie inchieste.

Hai una grande passione per la musica. Quando è nata?
Da sempre. Mi è stata trasmessa dai geni dei miei nonni. Sono loro che avevano la passione per la musica e che mi hanno trasmesso la loro musicalità, il piacere di ascoltare la buona musica e l’arte fondamentalmente. Mio nonno è quello che, quando avevo dodici anni mi pagava le lezioni di musica. La musica mi è sempre piaciuta. Ho ricordi e memorie fotografiche di me da bambino che, in uno studio nella libreria di mio babbo, avevo un materasso singolo a molle e un mangiadischi e ascoltavo la musica saltando su questo letto. Ricordo ancora con estrema passione i cartonianimati che guardavo, e non mi garbava tanto il cartonianimato quanto la sigla. Per cui la sigla ancora oggi che ho quarantadue anni, quando la sento mi emoziona.

Sei l’autore di diverse colonne sonore?
Ho fatto tre dischi: “Agresti domiciliari”, “Iena Ridens” ed “Enzimi digestivi”. Poi, fui chiamato per recitare insieme a Carlo Monni nel “Decameron” del Boccaccio nel 2000, e facemmo una tournèe di due anni dove si mettevano in scena sei novelle del Boccaccio in lingua originale, quindi, lo spettacolo era in lingua medioevale. Mancavano le colonne sonore, e le scrissi io insieme al maestro Sandro Bartolozzi. Ma, oltre a colonne sonore ho scritto per dei gruppi di liscio. Ho scritto album interi per orchestre di liscio Pistoiesi.

Quando scrivi i tuoi testi vuoi trasmettere qualcosa?
Per scrivere un testo di liscio non devo trasmettere niente, perché deve essere una scrittura o divertente o evocativa, e deve ricordare in loro il passato.

E nei pezzi che scrivi per te?
Nei testi che scrivo per me voglio suscitare un emozione, e lo faccio con la comicità, quindi, sono dei pezzi che devono essere divertenti e che hanno il compito di far sorridere dall’inizio alla fine della canzone, senza però lasciare un messaggio.

Però nei tuoi testi sei un provocatore?
Quando scrivo i testi più seri, quasi sempre voglio provocare le persone, parlo di un qualcosa che mi fa arrabbiare, che non tollero o che credo sia qualcosa di sbagliato, ma lo faccio seguendo sempre la linea dell’ironia, scherzandoci sopra.

Enzimi digestivi ha un ironia amara?
Enzimi digestivi, è un album rispetto a “Iena Ridens” ed “Agresti domiciliari”, che se si parla di testi ha un ironia amara, infatti, scherzo su dei temi in cui in realtà ci sarebbe ben poco da ridere o da scherzare.

In “Iena ridens” c’è la canzone dal titolo “Uomo palindromico”, in cui fai le pulci ai politici senza usare mezzi termini?
Uomo palindromico è un testo in cui spiego dove vi è palindromia, ovvero, non solo nelle parole ma anche in alcune persone. Ho infatti individuato la palindromia tra la “faccia del politico” e il suo “culo”. Il senso della canzone è che, il politico racconta le cose senza ritegno, quindi, con la faccia di “culo”.

Detto questo, si può affermare che i tuoi dischi non mettono tutti d’accordo?
I miei dischi, non mettono tutti d’accordo. Esprimo dei concetti che sono anche personali, se incontro nell’ascoltatore una persona intelligente che anche se non la pensa come me, analizza il mio concetto c’è un fealing, altrimenti vengo tranquillamente ritenuto banale. Ma sai, la banalità oggi è ovunque.

Con le tue band vai sempre in tournèe?
Dall’ultima intervista che mi hai fatto, mi sono allargato. Adesso suono anche con la “Forever Band” che è una formazione di Milano e sono sempre in tour per l’Italia.

Perché hai scelto di fare musica anni ’70, ’80 e ’90?
Faccio questa musica perché è una musica allegra e divertente che mette tutti d’accordo. La musica in piazza deve portare persone che hanno voglia di ballare e di cantare. Il nostro compito quando saliamo sul palco e di fare divertire le persone. Quando noi abbiamo finito di suonare e le persone si sono divertite, abbiamo fatto centro. Non abbiamo l’ardire di pretendere o di dimostrare alle persone come ha cantato bene il cantante o che bell’assolo ha fatto il chitarrista, l’importante è che le persone si divertano. Quando questi elementi si congiungono noi abbiamo fatto un bel lavoro, se non accade questo, non siamo stati bravi.

Qual è il tuo ruolo all’interno delle band?
Io sono solista e mi appoggio alle band. Le mie due band sono formate da musicisti professionisti.

Parliamo di cabaret. Come è cambiato negli anni?
Il cabaret sopratutto in Italia vive di cicli, gli anni ’70 e ’80 era il ciclo del cabaret milanese, con comici milanesi o comunque del nord Italia. Negli anni ’90, c’è stata la comicità toscana con Leonardo Pieraccioni, poi quella romana, e così via.

Che caratteristiche devono avere i cabarettisti per sfondare?
I cabarettisti o ti fanno ridere o non ti fanno ridere, e questo non dipende solo dalla loro capacità di scrittura o da quella interpretativa, ma anche di personaggio. E’ strano determinare quale sia il cabaret migliore. Il cabaret più bello, è quello che ti fa ridere e non importa chi lo fa. A me fa ridere quello che fa ridere. Ci sono persone che mi fanno ridere ed altre no, ma quelle che a me non fanno ridere, faranno ridere a qualcun altro, è tutto soggettivo.

Quando sali sul palco segui un copione?
Io ho un repertorio di un paio di ore, ma ovviamente quando faccio uno spettacolo di cabaret dura un ora. In genere salgo sul palco e faccio il rodaggio, dove nei primi minuti inizio con delle battute di vario genere e in base a quando ridono e se ridono, capisco chi ho davanti e quindi seguo il percorso più adatto. Non posso pretendere di farli ridere con un testo che voglio io, quindi, devo cercare di andare incontro alle esigenze del pubblico. Dopo la prima mezz’ora posso anche tornare al percorso che avevo scelto, però stando sempre attento.

Parliamo di “Opercoli di saggezza”?
Opercoli di saggezza è il mio primo libro, ed è una bizzarra esperienza nata per caso, perché varie case editrici mi avevano chiesto di scrivere una mia biografia, ma io mi sono rifiutato, perché credo che a nessuno interessi leggerla. So scrivere saggi, e ho proposto a tutti la saggistica, e tutti hanno detto di no.

Allora?
Allora mi sono autoprodotto. Opercoli di saggezza ha venduto a mia sorpresa tantissime copie e per questo, con entusiasmo sono già a metà del secondo libro che sarà il doppio dell’altro, in numero di pagine.

Le differenze tra i due libri?
Nel primo c’erano solo aforismi, nel secondo invece, aforismi, grafici, e discussioni su temi importanti, ma lo stile è lo stesso.

Dove si trova il tuo libro?
Sul mio sito andreagresti.it

Sei l’inviato nella trasmissione “Le Iene” da tanto tempo. La puoi definire l’esperienza più significativa per la tua carriera?
Fondamentalmente sì, anche perché ci lavoro da tredici anni.

Un lavoro quello dell’inviato, non proprio privo di pericoli?
Le persone quando vengono scoperte nei loro misfatti si arrabbiano, e spesso, quando si arrabbiano alzano le mani. Però è un rischio abbastanza calcolato.

L’anno scorso sei finito in ospedale?
L’anno scorso mi hanno mandato all’ospedale. Sai, sia io che i miei colleghi non possiamo reagire, e tutto si mette nel preventivo. Non siamo obbligati a farlo, lo facciamo perché siamo noi che scegliamo di andarci, perché crediamo in quello che facciamo. Se non si ha passione per questo lavoro, non si va avanti con “Le Iene”.

Qual è stata l’inchiesta in cui ti sei sentito seriamente in pericolo?
Quando siamo andati in una cava, dove vi erano dei bambini di quattro anni sfruttati e obbligati a lavorare per fare la ghiaia. Quando siamo arrivati i grandi ci cacciarono lanciandoci delle pietre. Lì fummo in pericolo non tanto per le pietre, ma perché ci trovavamo nel posto più sperduto sul pianeta terra, dove qualunque cosa fosse accaduta, sarebbe stato difficile ritrovarci. Comunque dopo quella esperienza, non è ho vissuto altre così pericolose.

Una storia che lascia il segno?
Ho raccontato con la mia inchiesta questa storia molto triste su come venivano sfruttati questi bambini, però purtroppo, non è che dopo il mio servizio è successo qualcosa, la cosa è rimasta invariata.

Un’inchiesta inutile?
Non si può pretendere di cambiare le cose se uno non ne parla poi, noi non ci sostituiamo alle istituzioni, semplicemente noi funzioniamo perché le istituzioni non funzionano e la gente non da loro fiducia.

Nella trasmissione “Le Iene” tu vesti i panni del Sergente Hartman?
Esatto, ed è la mia imitazione più riuscita e non faccio l’imitatore. Ho sempre fatto l’imitazione del Sergente Hartman tra amici, quindi mi è venuto in mente di mettermi nei panni di questa figura perché la mia imitazione era buona.

Perché hai deciso di indossare la maschera?
Ti spiego, se vado da un politico o da altri personaggi come Andrea Agresti, non posso certamente dir loro parolacce o usare un determinato linguaggio, perché altrimenti mi denuncerebbero, ma se va il Sergente Hartman la musica è diversa. Hartman è cattivo con tutti e non gli importa chi ha di fronte, ma ovviamente il tutto è all’insegna della comicità.

Confessa qualche querela ti è arrivata?
Lo chef Joe Bastianich si è arrabbiato, e mi ha querelato.

Per quale motivo?
Evidentemente il fatto che io gli abbia detto la verità, credo non gli sia piaciuto, perché mi ha denunciato. Il Segente Hartmana è andato da lui per dirgli che nel suo show tratta malissimo i suoi partecipanti, e che non si prende il cibo dicendo che fa schifo e buttandolo alla spazzatura. Ho fatto per così dire, la legge del contrappasso.

Cioè?
Ho fatto a lui, quello che fa agli altri.

Quali le caratteristiche per essere una “Iena”?
Pazienza, calma, e ancora pazienza, perché bisogna aspettare anche dei giorni prima che una persona esca da un portone, e noi quindi poter fare il nostro servizio.

Parlando di pazienza analizziamo la tua, il tuo appostamento più lungo?
Un’inchiesta su un truffatore che mi ha comportato come indagine di ricerca ventidue giorni, e come appostamento sette giorni in macchina. Non potevamo uscire dalla macchina perché poteva sfuggirci, quindi eravamo ben forniti in macchina di bottiglie di thè che hanno il tappo grande, sai, erano utili per non andare in bagno, potevamo usarle senza uscire dalla macchina.

Tanto lavoro, e poi il servizio magari dura pochi minuti?
Il servizio in questione durò dodici minuti. Comunque alcuni servizi si fanno in un giorno.

Attualmente in cosa sei impegnato?
Riprendo a registrare “Le Iene”.

Progetti?
Continuare con la stesura del mio libro e incidere il quarto disco, ma non chiedermi tra quanto, perché non saprei risponderti, perché “Le Iene” mi porta via tanto tempo.

Vuoi lasciare un messaggio ai lettori di Sledet.com?
Vi ringrazio di aver letto la mia intervista ed esservi interessati alle mie risposte, e ringrazio te per le domande che mi hai fatto.

 Sledet.com ringrazia per l’intervista, Andrea Agresti.

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