Chiacchierando con l’attore Matteo Taranto


Il suo talento nella recitazione e la sua simpatia sono un connubio perfetto


Intervista di Desirè Sara Serventi

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Si è formato artisticamente presso il Teatro stabile di Genova, il grande attore Matteo Taranto. La sua prima volta sul set è stato nel film cult “Paz” e da allora di strada ne ha fatta tanta, ottenendo in ogni suo ruolo grandi soddisfazioni e successo. La sua evidente preparazione artistica e la sua versatilità gli consentono di interpretare qualsiasi ruolo, riscuotendo sempre ottimi risultati. Con Alessandro Gassman ha lavorato sia in teatro con gli spettacoli “La parola ai giurati” e “Roman e il suo cucciolo” che per il cinema con “Razzabastarda” creando con lui una buona affinità lavorativa. Attualmente è uscito al cinema il film “La macchinazione” di David Grieco con un cast d’eccezione come Massimo Ranieri, Libero De Rienzo, François Xavier Demaison e ovviamente lui, Matteo Taranto. Si può dire che se il suo talento è ben visibile quando sta in scena o su un set, la sua spiccata simpatia e la sua cordialità si percepiscono quando ci si confronta con lui per una chiacchierata. Possiamo senza dubbio affermare che la sua simpatia e il suo talento nella recitazione sono un connubio perfetto.

Se ti chiedessi di raccontarti cosa risponderesti?
Risponderei solo in presenza di un avvocato.

Dove ti sei formato artisticamente?
Presso il Teatro stabile di Genova.

Qual è stato il tuo esordio nel mondo della recitazione?
La prima volta da bambino in parrocchia con tutti i bambini compagni di catechismo, mettevamo in scena uno sketch e a me toccava la battuta finale, ricordo l’applauso e la risata fragorosa. Il primo orgasmo della mia vita, precoce.

Un tuo parere riguardo al mestiere di attore in Italia?
Direi che è un casino come qualunque altro lavoro, aveva il privilegio di essere il mestiere precario per eccellenza ora ha perso anche quello e così per le strade, in casa ad aspettare la telefonata di offerta ci sono anche molti laureati e professionisti in gamba, e la cosa non consola.

La tua prima volta davanti ad un obiettivo?
La prima volta fu sul set di “Paz”, era il 2002 se non sbaglio. Un ricordo sfavillante, un film che ho amato e odiato tanta era l’emozione e la paura, ha contribuito a farmi ammalare di cinema, me la feci quasi addosso tanto ero teso.

Tra i tuoi lavori, quale reputi il più significativo per la tua carriera?
La maturità artistica ti permette di affrontare con sempre maggiore attenzione i ruoli, a dare sempre maggiore risalto all’interpretazione, a vivere il set come un luogo familiare, condizione necessaria per trovare la giusta concentrazione. Premessa per dire che l’ultimo lavoro è sempre quello che mi offre l’opportunità di misurare i miei progressi. La Macchinazione è l’ultimo film girato e mi sta regalando soddisfazioni che vanno al di là del lavoro; mi sento cresciuto come uomo.

Con Alessandro Gassman, hai lavorato in teatro con gli spettacoli “La parola ai giurati” e “Roman e il suo cucciolo” e per il cinema con “Razzabastarda”. Avete creato una certa affinità lavorativa?
Il più bel regalo che un regista possa fare ad un attore è dargli fiducia, è un grande atto di amore, non è scontato e Alessandro con me lo ha fatto regalandomi cinque anni di lavoro bellissimi, fra lunghe tournée teatrali e cinema, esperienze indimenticabili. Mi sono affidato alle sue indicazioni e ci siamo divertiti come ragazzini. Si sicuramente abbiamo affinità su molti punti.

Cosa puoi dire riguardo ad Alessandro Gassman?
Esteta potente e visionario, animo leggero e sfuggente di bambino.

Cinema, televisione o teatro, dove preferisci lavorare?
Preferisco lavorare dove c’è qualità.

Un tuo parere sulle case di produzioni?
Posso solo augurarmi che le grandi case di produzione diano sempre maggiore risalto al merito, maggiore coraggio per investire in progetti nuovi, storie importanti, anche di impegno sociale, non trascurando l’intrattenimento senza porlo al centro della produzione cinematografica. Grandi professionisti in ogni reparto escludendo per primi gli improvvisati, raccomandati che fanno solo male al lavoro e i risultati si vedono. Non è vero che tutti possiamo fare tutto, ipocriti e demagoghi da quattro soldi speculano su questa sciocca convinzione sfruttando l’ingenuità di molti giovani. Ognuno deve saper riconoscere e valorizzare al massimo il proprio talento e i propri limiti, altrimenti si fa disinformazione e si creano mostri.

Le produzioni indipendenti danno un aiuto per coloro che vogliono affacciarsi nel mondo dello spettacolo?
Viva le produzioni indipendenti, le più coraggiose, le più folli, sono il bacino da cui le grandi produzioni attingono e possono attingere nuovi interpreti e storie. Il paradosso vuole che nella mia carriera abbia visto prodotti più sorprendenti con grandi interpreti laddove ci sono meno possibilità economiche, dove maggiore è il rischio di impresa, e invece grandi produzioni dai grandi budget giocare sul sicuro con prodotti mediocri.

In quale genere preferisci recitare?
Mi considero un attore promiscuo, amo il genere drammatico, ma so di avere i tempi per muovermi anche sul comico, le volte che ho partecipato a commedie teatrali mi ha dato gusto sentire le risate della gente.

Da qualche giorno al cinema è uscito il film “La macchinazione” di David Grieco. Vuoi parlarne?
È già stato detto tutto e di più sul film “La Macchinazione” basta una semplice ricerca su google e si trova qualunque cosa.

Quindi?
Ora è solo il momento di andare a vederlo, è un film per tutti, grandi e piccini, soprattutto per le scuole, si parla di Pasolini, i suoi ultimi tre mesi di vita, si parla di un poeta, della storia del nostro paese, del sistema marcio connesso fra alte sfere dello Stato e la bassa manovalanza criminale, di tutto quello che a scuola non ci insegnano perché a scuola la storia finisce con la seconda guerra mondiale, il resto sfuma in un magma indefinito.

Qual è il tuo ruolo?
Sergio, pr della magliana, un rubagalline con ambizioni di potere, ha compreso che la cocaina è lo strumento per accedere alle stanze dei bottoni e mettere in connessione il “mondo di sotto” col “mondo di sopra”. Un debole che vuole affrancarsi dalla condizione in cui vive, in apparenza forte ma inconsapevole vittima di un ingranaggio molto più grande di lui.

A interpretare Pasolini è Massimo Ranieri, cosa puoi dire riguardo a lui come attore?
Massimo è uno stacanovista in grado di lavorare quindici ore ininterrotte senza sentire la stanchezza, un piacere vederlo all’opera, è preciso meticoloso e ha un enorme rispetto del lavoro e del personaggio. Il suo timore iniziale nell’affrontare un personaggio così complesso è divenuto la sua forza che ha restituito umanità e tenerezza al suo Pasolini. Una delle più belle se non la migliore interpretazione attoriale che abbia visto di Massimo.

Cosa ha rappresentato per te lavorare in questo film?
Approfondire la conoscenza della storia del mio paese, nelle sue contraddizioni, e tragici epiloghi, di un capitolo intenso di una nazione di cui Pasolini, artista e uomo scomodo in maniera trasversale è stato senza dubbio fra i protagonisti.

Vuoi raccontare un aneddoto durante le riprese?
Ero reduce da una storia d’amore importante finita male, sofferta, tormentata e gli attori usano biecamente tutto dei ricordi delle proprie esperienze per trovare l’emozione giusta nelle scene da interpretare. Era notte fonda, seduto su un marciapiede in disparte di una strada abbandonata sulla portuense mentre veniva allestito il set, mi sono messo a piangere come un bambino. David da lontano si è accorto che c’era qualcosa di strano si è avvicinato in punta di piedi e con la sua dolcezza mi ha chiesto se avessi qualche problema, io ho sfilato l’auricolare dall’orecchio sinistro e gli ho sussurrato: non ti preoccupare è che quando ascolto “non escludo il ritorno” del Califfo mi fa sempre questo effetto.

Da chi è composto il cast?
Da Massimo Ranieri, Libero De Rienzo, François Xavier Demaison, Milena Vukotic, Roberto Citran, Catrinel Marlon e Paolo Bonacelli e da me.

Perché consiglieresti ai lettori di guardare il film?
Perché è un film onesto che nasce da un atto di coraggio da parte della produttrice Marina Marzotto e un atto d’amore di un grande regista come David Grieco nei confronti di un amico fraterno e riferimento umano, perché Pasolini è molto più comprensibile oggi rispetto a quarant’anni fa, perché abbiamo un debito nei confronti della nostra storia.

Attualmente in cosa sei impegnato?
Ricerca di testi e poesie dal periodo romantico ai giorni nostri, con qualche titolo suggerito dall’amico Vittorio Sgarbi.

Progetti?
Uno spettacolo, misto reading e brani recitati accompagnato dal maestro Paolo Restani al pianoforte.

Vuoi aggiungere altro?
Vorrei dire che così tante domande non me le hanno fatte nemmeno al test d’ingresso del servizio militare.

Sledet.com ringrazia Matteo Taranto per l’intervista e per aver ottenuto il primato sulle domande.

 

 

 

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