Chiacchierando con la ballerina e coreografa Cristina Pitrelli


In scena con la compagnia Out dance project con lo spettacolo The vanity monsters al teatro Palladium


Intervista di Desirè Sara Serventi

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Ha un curriculum d’eccezione la ballerina Cristina Pitrelli. Ha iniziato il suo percorso di studio nella scuola Tersicore di Ostia studiando danza classica, jazz e contemporanea per poi diplomarsi presso il centro internazionale Opus ballet di Firenze. Ha continuato i suoi studi a Londra e Francoforte per poi frequentare diversi masterclass con docenti di fama nazionale e internazionale. Attualmente è Impegnata nella regia e coreografia dello spettacolo “The vanity monsters” al teatro Palladium.

Qual è stato il tuo percorso di studi?
Ho iniziato il mio percorso di studio nella scuola Tersicore di Ostia studiando danza classica, jazz e contemporanea. Nel 2004 mi sono diplomata presso il centro internazionale Opus ballet di Firenze, specializzandomi sempre di più nella ricerca dela danza contemporanea. Continuo i miei studi a Londra presso i Pineapple Studio, a Rotterdam preso l’università della danza Codarts, a Francoforte presso il centro internazionale Wiesbaden Tanz studio, finche nel 2007 mi trasferisco a Berlino dove oltre che studiare e approfondire le tecniche della danza contemporanea come il floor work, contact tecnica Release nella scuola Tanz Fabrik inizia anche il mio percorso da ballerina, ballando nei festival più importanti, tra i quali: Tanz mi August, Hebbel Theatre e Tanz Theatre Am Ufer.

Hai frequentato diversi masterclass con docenti di fama nazionale e internazionale. Una cosa che ti è stata detta e che ricordi con più piacere?
Studiando a Los Angeles ricordo il complimento fattomi dal coreografo Kennis Markis coreografo del cantante P. Diddy che mi disse che aveva notato il mio talento e che pur essendo piccola, avevo una forte energia. Io rimasi felice di questo perché durante quella lezione eravamo tanti ballerini e vedere un coreografo di questa fama che ti nota è una grande soddisfazione.

Qual è stato il tuo percorso artistico?
Il mio percorso artistico è iniziato con lo studio della danza classica e jazz, per poi avvicinarmi allo studio della danza contemporanea che ad oggi è diventato lo stile che prediligo.

Hai danzato sia nei teatri italiani che esteri, quali differenze hai trovato?
Ho notato che c’è un pubblico differente all’estero, l’arte in generale viene apprezzata e riconosciuta molto di più all’estero e infatti andare a vedere una mostra o uno spettacolo viene realmente vissuta come un fonte di cultura.

Ballerina, regista, coreografa e insegnante. Quale figura prediligi?
Le trovo tutte importanti, essere una ballerina mi da modo di esprime quella che sono, insegnare è una crescita ogni giorno, perché oltre a donare tutto quello che ho imparato, si crea uno scambio con i miei allievi. E’ bello vedere la loro crescita artistica e soprattutto vedere che hanno compreso e applicato correttamente i miei insegnamenti in modo da arrivare a costruirsi un proprio linguaggio corporeo, ma quella che prediligo di più è sicuramente la coreografia. Vi è un momento durante la fase creativa , in cui si mette in incubazione il progetto dell’opera, lo si pensa tutti i giorni, poi si inizia a dare un forma a qualcosa che si è immaginato, ma che comunque non è definito. Per come lo percepisco io l’atto creativo è come una gravidanza, una vita che ti cresce dentro per poi essere lasciato vivere nel mondo.

Come nasce la compagnia la “Out Dance Project”?
La compagnia Out Danec Project nasce due anni fa quasi per caso insieme all’insegnante e ballerina Gioia Fabiano. Abbiamo iniziato fantasticando all’idea di mettere su un gruppo con la voglia di sperimentare nuovi linguaggi corporei e di creare qualcosa che fosse veramente nostro, e concretizzare tutto il lavoro e la nostra esperienza.

Su cosa si basa il vostro lavoro?
Il lavoro nasce dalla voglia di sviluppare un immaginario coreografico che utilizzi la danza come strumento di visione delle proprie idee. Il nostro studio si basa sulla ricerca del movimento corporeo in base allo spazio e al tempo, ma che resta comunque legato al ritmo interiore che scaturisce dalle visioni personali dei danzatori. Il linguaggio corporeo deve emanare energia fisica attraverso l’utilizzo del peso e del contrappeso, del disequilibrio e della caduta, della resistenza e dell’abbandono trasformando la danza in rischio, istinto, velocità ed espressività. Tale lavoro deve essere sviluppato in totale spontaneità in contatto relazione tra i danzatori, per raggiungere la consapevolezza del proprio corpo e delle sue possibilità espressive in movimento.

Con la compagnia Out Dance Project sarete in scena con lo spettacolo “The vanity monsters”. Di cosa tratta?
Lo spettacolo The vanity monsters è nato dal bisogno di poter sensibilizzare i giovani riguardo un tema importante come quello dell’accettazione di noi stessi, del nostro corpo e della nostra anima. Utilizzare il movimento e il corpo per sottolineare una condizione sociale molto diffusa attualmente: la ricerca ossessiva di appartenere ad uno stereotipo prestabilito, che non lascia spazio all’identità e all’unicità che ognuno di noi ha, ma a cui i giovani troppo spesso non riescono a dar voce.

In che modo vengono interpretate queste tendenze comportamentali?
Vengono interpretate attraverso un linguaggio del corpo dinamico in rapporto allo spazio al tempo, ma anche attraverso un proprio ritmo interiore che rappresenta il luogo per esprimere certezze e soddisfazioni del proprio io. Le aspettative personali dei ragazzi vengono spesso frantumate, e il lavoro che lo spettacolo proporrà, vuole esprimere la paura, lo smarrimento che molti giovani provano quando hanno un riscontro reale della loro personalità, che cela debolezze ed intime malinconie generando tensioni collettive e crolli individuali psicologici. Ma un tema così difficile, viene interpretato dalle danzatrici in maniera leggera ed ironica attraverso una libera espressione del corpo.

Qual è il messaggio che volete trasmettere?
The vanity monsters è uno spettacolo che lancia uno spiraglio positivo, perché invita a riflettere sull’accettazione di noi stessi, ricercando il nostro equilibrio, volteggiando sul palco come nella vita.

Di cosa ti occupi nello spettacolo?
Mi occupo della regia della coreografia, e di curare con attenzione tutta l’organizzazione dello spettacolo.

Chi sono i danzatori in scena?
Con orgoglio vi presento il magnifico cast dello spettacolo tutti professionisti che hanno lavorato insieme nella realizzazione di questo spettacolo e sono: Gioia Fabiano, Arianna Zamperini, Silvia Mazzuto, Graziana Labarile, Hèlèlne Matroianni, Barbara Lavalle, Giusy Pizzimenti, Francesco Veglianti Antony Summa.

Qual è il tuo stile di danza?
Il mio lavoro si basa sulla sperimentazione e ricerca del movimento, ho sentito il bisogno di costruire uno stile che potesse fondere la tecnica con le emozioni, in modo da poter creare una perfetta sinergia e avere una conoscenza più consapevole del proprio corpo.

Un tuo parere sulla danza in Italia?
Non sono contenta di come stanno andando le cose. La danza è una disciplina, chi se ne intende come me, sa che ci vogliono anni di sacrifici, che bisognare studiare tanto e soprattutto studiare in ottime scuole che ti formino sia come ballerino che come essere umano, perché solamente con ottimi requisiti si può intraprendere una carriera duratura e professionale e tutto ciò è poco riscontrabile in questo Paese.

Cos’è per te la danza?
La danza è comunicazione: tramite il linguaggio del corpo posso trasmettere emozioni e sentimenti che non riesco ad esprimere a parole.

Attualmente in cosa sei impegnata?
Attualmente sono impegnata come insegnate nelle scuole Nova accademia di Fulvio Peroni e Idea danza di Marcello Sindici, e con la compagnia Out dance project con lo spettacolo The vanity monsters al Teatro Palladium.

Progetti?
Il prossimo progetto è il nuovo lavoro sperimentale della compagnia Out Dance Project con lo spettacolo ” Interferenze ” in scena il 18 e 19 maggio al Tearto Testaccio di Roma.

Sledet.com ringrazia l’artista per l’intervsita.

Foto di Cinquantino Lab

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