L’attore Maximilian Nisi si racconta


“Un attore è un atleta, un ballerino, un musicista e deve studiare quotidianamente, applicarsi costantemente. Ogni applauso è una nuova responsabilità” afferma Maximilian Nisi


Intervista di Desirè Sara Serventi

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Si è diplomato alla Scuola di Teatro d’Europa diretta da Giorgio Strehler, l’attore teatrale Maximilian Nisi. Ha proseguito la sua formazione artistica frequentando il Corso di Perfezionamento per Attori presso il Teatro di Roma, diretto da Luca Ronconi. Il suo curriculum è ricco di esperienze in teatro, cinema e televisione, e ogni sua interpretazione riscuote un grande successo. Il suo modo di essere un attore versatile ed eclettico, lo rende idoneo ad interpretare ruoli differenti, portando sia in scena che sul set il suo talento e la sua evidente preparazione artistica.

Dove ti sei formato artisticamente?
La primissima formazione l’ho ricevuta in famiglia. I miei primi stimoli mi sono arrivati da lì. Da mio padre e dai suoi innumerevoli hobby, da un nonno acquisito e dai suoi pennelli, da mio fratello e dai suoi mille libri letti, da un pianoforte in casa che a 5 anni ho incominciato a studiare, dalle mostre, dagli spettacoli, dai film che erano i passatempi della mia infanzia. Credo che l’educazione che si riceve nei primi anni di vita sia fondamentale per comprendere le proprie inclinazioni artistiche e quelle di altro genere. Dopo di che, ma questo già in età più matura, ci sono stati Il Piccolo Teatro di Milano con Giorgio Strehler e il Teatro di Roma con Luca Ronconi. I miei maestri teatrali sono stati loro, seguiti da incontri spesso illuminanti e importantissimi.

Quali gli insegnamenti dati dai tuoi maestri che ti hanno accompagnato nel corso della tua carriera?
Credo che tutti gli incontri, che avvengono durante la vita, siano basilari, nel bene e nel male. Incontriamo persone, personalità che ci aprono la mente e ci mostrano delle strade che non avevamo nemmeno preso in considerazione o che addirittura non pensavamo esistessero ed altre che portano in luoghi nei quali in seguito non vorresti mai più tornare. Il tempo e le esperienze fatte aiutano a capire che cosa si desideri e cosa si rifiuti.

Puoi fare dei nomi?
Sequi, per esempio, mi ha insegnato la forza del pensiero, Mauri, il rispetto per il pubblico, Strehler, la poesia, Ronconi, l’importanza del linguaggio, Vassil’ev, l’astrazione da un contesto, Terzopoulos, l’energia primitiva, Lavia, il rigore, Marini, la geometria, solo per citarne alcuni. Tutti i registi con cui sono entrato in contatto mi hanno lasciato stimoli, punti di vista ed emozioni che oggi mi porto addosso e che costantemente verifico, metto in discussione e rielaboro. Ci sono stati insegnamenti che non sono stato in grado di comprendere subito e che solo nel tempo, inaspettatamente, hanno trovato reale giustificazione.

Muovi i tuoi primi passi in teatro, quali differenze hai trovato con il mondo della televisione?
Il Teatro dipende dall’attore. Il risultato è legato alla sua prestazione, inserita in un contesto registico e drammaturgico, senza interferenza alcuna. Nel momento della creazione artistica non esistono diaframmi tra lui e il pubblico. In televisione, invece, all’interpretazione dell’attore si aggiungono, e talvolta si sovrappongono, interventi imposti e richiesti da esigenze di montaggio. Il risultato a quel punto non può che essere un equilibrio delicato di gusti, di punti di vista e anche di mezzi.

Teatro, cinema o televisione?
Un attore è un attore ovunque e comunque. Il punto di partenza è, a parer mio, lo stesso, cambia solo il mezzo per esprimere una determinata situazione o relazione o condizione. È l’interprete che deve uniformarsi ad un preciso luogo o ad un determinato spazio. Se il copione o il soggetto sono interessanti e la possibilità di creazione e di approfondimento di un personaggio è allettante non c’è, differenza alcuna. Unica punto a sfavore nelle prestazioni cinematografiche o televisive è che quello che si è fatto, spesso in tempi ristrettissimi e in condizioni non sempre ottimali, rimane impresso su pellicola per sempre mentre in teatro è possibile, sera dopo sera, nelle repliche, migliorare, puntualizzare e raggiungere un’eccellenza che negli altri due casi non è sempre facile ottenere.

Sei un attore, un regista e un insegnante di recitazione. Nel ruolo di docente come ti relazioni con i tuoi allievi?
Adoro insegnare. Coltivare anime teatrali. Allevare. Educare ‘figli’ e ‘figlie’. Sono affascinato dall’idea di relazionarmi con persone più giovani che desiderano capire, imparare e conoscere il mestiere dell’attore. Sono finestre alle quali mi piace affacciarmi per vedere cose che non conosco. È uno scambio bellissimo, non sempre idilliaco, a volte unidirezionale, che spesso mi ha riservato emozioni e sensazioni sorprendenti. È molto accattivante vedere il graduale arricchimento di sensibilità e di personalità che nel confronto affina la capacità di interazione e di comunicazione.

Qual è la prima cosa che dici loro?
Non preparo mai un discorso introduttivo. È un incontro al buio, o quasi. Mi presento, li studio, li sfoglio come se fossero libri preziosissimi. Parlo con ognuno di loro una lingua differente come se giungessero da paesi diversi.

Per quale motivo?
Ognuno ha un linguaggio proprio suggerito dall’educazione, dalla sensibilità, dell’esperienza, dal carattere. È bene conoscere quel linguaggio, rispettarlo ed impararlo per agevolare la comunicazione. Dopo di che lavoriamo sull’ascolto e sulla subordinazione della parola al corpo e al pensiero.

Un tuo parere sul teatro in Italia?
La situazione teatrale in Italia è sconcertante ed avvilente per svariate ragioni.

Puoi essere più preciso?
Lo Stato non agevola: non solo non aiuta ma complica; pretende e troppo poco concede. È un genitore pressante, a volte castrante, che domanda e non propone e soprattutto poco contribuisce. Altro problema sono le persone che fanno il Teatro: i colleghi, isole distanti, personalità spesso egoistiche e disinteressate, lontane dal concetto di condivisione, di unione e di ascolto. Ognuno cura il proprio orto e non donerebbe mai neppure una zucchina. Poi ci sono i produttori, a volte unicamente interessati alle loro questioni personali che poco hanno a che fare con l’arte. Grandi talenti, eccellenti artisti, persone corrette, generose e collaborative in questo momento sono indotti a vivere in esilio forzato. È doloroso tutto questo. Leggo biografie, scambi epistolari e sorrido nello scoprire che grossomodo le problematiche economiche in teatro sono sempre state le stesse, ma il fenomeno dell’imbarbarimento degli animi risulta evidente, come credo, soprattutto ai nostri giorni. È un problema quindi non solo finanziario ma anche umano ed etico.

Perché a tuo parere i finanziamenti per il teatro non sono poi così frequenti?
Il denaro concesso al teatro da parte delle istituzioni è non solo molto limitato ma anche mal distribuito. La cultura è stata spesso considerata dallo Stato una spesa e non un investimento. Valutazione superficiale ed errata considerando, ad esempio, il gran numero di opere d’arte, molte delle quali prodotte dal mecenatismo di ere più floride e sagge, ancora oggi visitate nel nostro paese da milioni di turisti o vendute nel mondo a prezzi considerevoli.

Per cosa opteresti?
Per evitare, nell’ambito del teatro, gruppi agevolati ed altri sottovalutati o addirittura dimenticati opterei per un finanziamento di progetti, valutati nella loro qualità, nel gradimento del pubblico, controllando il normale e proficuo ricambio degli artisti coinvolti.

Affermi che il teatro si sta piegando sempre più al gusto di un pubblico più televisivo che teatrale. Che cosa intendi dire?
I Teatri, i Festival, i produttori cercano titoli noti, familiari al pubblico, ed interpreti che abbiano una certa visibilità televisiva e quindi facilmente riconoscibili. Spesso strizzano l’occhio ad un risultato facile e scontato. Non educano il pubblico, non lo portano verso autori che dovrebbero essere conosciuti ed apprezzati e verso professionisti che potrebbero contribuire a donare consapevole sostanza a progetti culturalmente validi. Il teatro dipende troppo dalla televisione mentre questa si occupa poco del teatro.

Quale tra i tuoi lavori reputi il più significativo per la tua carriera?
Sono talmente attratto da questo mestiere che, malgrado io abbia preso parte a spettacoli bellissimi, interpretando ruoli impegnativi in teatri di altissimo livello, con registi importanti, accanto ad attori eccellenti, penso che il lavoro più significativo per me debba ancora arrivare. Ho amato Billy Budd, Amleto, Cristo, San Francesco, Anfitrione, Edipo, Ross Gardiner, ma il ruolo migliore, il più bello è quello che non mi è ancora stato proposto.

Quali sono le difficoltà che hai trovato?
Sono molteplici. Artistiche, personali, relazionali. Le maggiori difficoltà comunque riguardano la valutazione di se stessi e la responsabilità, a volte, di affrontare e condurre a compimento in modo adeguato un progetto. Ma ho scelto di fare questa professione nel momento in cui ho compreso che era quello che mi riusciva più difficile fare. La prima volta che sono salito su un palcoscenico è stato talmente grande il disagio provato che ho capito che diventare attore poteva essere l’occasione di superare ogni limite. Ed è quello che sto facendo, ma ormai so che è questo un impegno che non finirà mai: mi sento in continua evoluzione perché le regole del gioco cambiano continuamente.

Cosa bisogna fare per essere un bravo attore?
Studiare, coltivare la propria immaginazione, stimolare la propria curiosità, osservare ed osservarsi. Un attore è un atleta, un ballerino, un musicista e come un atleta, un ballerino o un musicista deve studiare quotidianamente, applicarsi costantemente. È un contadino che deve lavorare la propria terra, tutti i giorni, per evitare che questa produca erbacce, agevolando così la crescita di frutti. Ricordare, inoltre, che ogni applauso è una nuova responsabilità.

In quale genere prediligi recitare?
Mi piacerebbe essere in grado di fare tutto nel migliore dei modi, ma, ovviamente, questo non è possibile. Ci sono progetti che mi sono più congeniali e progetti che, essendo più lontani dalle mie capacità e dal mio gusto, richiedono da parte mia maggiore impegno. Mi piacerebbe approfondire il discorso sulla commedia. In Italia è un genere considerato di minore dignità, accessibile a tutti. Io credo che far sorridere il pubblico non sia per nulla facile perché per raggiungere lo scopo si richiedono intelligenza e misura.

Come sei fuori dal palcoscenico?
Non conosco momenti di svago. Molto di quello che accade nella mia vita, lontano dal lavoro, in un modo o nell’altro mi ci riconduce, sopratutto quando vedo mostre, ascolto concerti, vedo film e leggo libri. Ho pochissimi amici e cerco di salvaguardare, seppure a distanza, i miei rapporti familiari. Curo il mio giardino: le mie piante e i miei alberi hanno un effetto rigenerante su di me. Adoro viaggiare. Amo la Bellezza in tutte le sue forme e manifestazioni.

Attualmente in cosa sei impegnato?
Un paio di nuovi allestimenti, qualche ripresa in teatro. E poi un lavoro non troppo semplice da spiegare ma che mi diverte molto.

Progetti?
Un viaggio in India. Credo sia arrivato il momento. Sono pronto.

Sledet.com ringrazia Maximilian Nisi per l’intervista.

Foto di Ilaria Borghi

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