Chiacchierando con l’attore e regista Geppi Di Stasio


Il suo è stato definito il teatro che fa disutere


Intervista di Desirè Sara Serventi

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Debutta come attore in teatro in giovane età con lo spettacolo “Annella di Portacapuana”, e da allora di strada ne ha fatta Geppi Di Stasio, diventando un’attore, un regista e un drammaturgo di successo. Il suo teatro si caratterizza sia per il lato comico che per quello malinconico. Per lui portare in scena uno spettacolo, vuol dire avere cognizione di tutte le discipline, dall’illuminotecnica alla pittura, ai costumi, alle avanguardie storiche. Con la sua evidente preparazione artistica, ha diretto dei grandi nomi del teatro nazionale come Lando Buzzanca, Antonio Casagrande, Giovanna Ralli, Gigi Reder. Il teatro di Geppi Di Stasio a gran voce è stato definito “il teatro che fa discutere”.

Se ti chiedessi di raccontarti, cosa risponderesti?
Racconterei di un guitto che ha sempre cercato di onorare la sua professione facendo dell’onestà intellettuale la propria bandiera. Di un uomo che si batte affinché al teatro venga restituita la dignità che facce toste senza preparazione alcuna stanno mettendo sempre più in discussione.

Quando nasce la tua passione per il teatro?
E’ una domanda alla quale è impossibile rispondere con precisione per la semplice ragione che sono figlio d’arte e per me il teatro è sempre stato il pane quotidiano. Non ho mai pensato di poter fare altro.

Dove ti sei formato artisticamente?
Sono nato a Roma per una pura casualità. Ma sono figlio di napoletani e cresciuto a Napoli, più precisamente a San Giorgio a Cremano, un posto che ha generato artisti molto più qualificati di me. Napoli e la sua cultura scritta e quotidiana è stata la mia formazione di uomo e di artista.

Il tuo debutto in teatro?
Avevo otto anni, era il 1970. Annella Di Portacapuana, una commedia di Gennaro D’Avino del 1759. La regia era di Gennaro Magliulo e in quel cast erano presenti mostri sacri come Ugo D’Alessio, Enzo Turco, Pietro De Vico, Luisa Conte, Lucia Valeri, roba da rabbrividire. Ma a quella età ero un bambino, per me era un gioco.

Attore, regista, drammaturgo, quale figura prediligi?
Credo che in qualche modo il regista e il drammaturgo si integrino, che l’uno non possa esistere senza l’altro, almeno nel mio caso. Recitare è catartico. Ma anche un modo per avere tutto sotto il diretto controllo.

Da attore a regista il passo per diventare drammaturgo è stato breve?
Sin dalla mia prima regia ho avvertito la necessità di manipolare i testi da mettere in scena perché ho sempre concepito la regia innanzitutto come “critica” nel senso di rileggere un testo per estrarne gli spunti più interessanti e attuali. Cos’altro è la regia se non concepire una chiave di lettura ed estetica a un’idea di un drammaturgo. E’ stato il punto di partenza per dare corpo a idee interamente personali.

Per quale motivo il tuo teatro è stato definito “il teatro che fa discutere”?
Sono felice di questa domanda. Penso che il teatro dovrebbe essere solo così, anche quello comico dal quale provengo e nel quale opero. Ogni forma di comicità non può mai prescindere dal tragico sottostante, anzi, deve essere il capovolgimento di esso, un altro punto di vista. Tutto il teatro di qualità, quello che è passato alla storia è quello che ha saputo criticare il proprio tempo. Moliére scriveva Il malato immaginario per sbeffeggiare i ciarlatani, se fosse stato solo un esercizio di stile non sarebbe sopravvissuto al suo secolo anche se, forse, avrebbe fatto più “cassetta”.

Il tuo teatro si caratterizza sia per il lato comico che quello malinconico. Qual è il messaggio che vuoi portare in scena?
Credo che tutto il teatro debba essere “grottesco”, che debba essere la commistione di ragionamento e istinto. Quando una risata non contiene pensiero è solo una barzelletta, ma se ha un pensiero sottostante allora è Teatro. Il mio elemento è, e resta il Teatro Comico, ma sentire ancora oggi espressione come “la gente vuole ridere” mi fa accapponare la pelle per la sua inconsistenza e incompletezza.

Che cosa vuole la gente?
La gente vuole emozionarsi e non annoiarsi.

Come sei arrivato a dirigere dei grandi nomi del teatro nazionale come Lando Buzzanca, Antonio Casagrande, Giovanna Ralli, Gigi Reder?
Sono arrivato a dirigere grandi nomi perché credo di essere sempre stato bravo a convincerli delle mie idee, perché capivano che dietro c’era tanto studio e approfondimento ma anche un innato istinto e senso della teatralità.

Erano ben disposti ad ascoltare quello che gli dicevi?
Gli attori più sono importanti e più sono disposti ad ascoltare le nuove concezioni. Questi percorsi mi hanno dato consapevolezza dei miei mezzi.

Nei tuoi spettacoli rivisiti anche autori importanti. Puoi fare di tutto sui testi?
Sui testi classici puoi fare di tutto tranne tradire lo spirito dell’autore.

Che cosa intendi dire?
Che puoi anche pensarla diversamente da lui, ma il copione almeno esteticamente deve sembrare concepito da lui.

Tra le tue esperienze lavorative, quale reputi la più importante?
Sono molto legato ad un mio adattamento e regia de La scuola delle mogli di Moliére perché mi ha procurato tanti riconoscimenti. Ma devo anche dire che oggi dirigere una Compagnia Stabile che recita mie commedia mi inorgoglisce molto.

A tuo parere qual è la situazione del Teatro in Italia?
Siamo il paese delle Atellane, della Commedia dell’Arte, di Goldoni, Pirandello, Eduardo eppure confondiamo sempre più il teatro di prosa col cabaret di bassa lega e con la “recitazione” televisiva; siamo il paese della psicosi che non esce la sera perché è più sicuro guardare la fiction in tv.

Quindi?
Per dirla alla Flaiano la situazione è “tragica ma non seria”.

Cosa vuol dire portare in scena uno spettacolo teatrale?
Vuol dire avere cognizione di tutte le discipline, dall’illuminotecnica alla pittura, ai costumi, alle avanguardie storiche. Vuol dire avere una grande pazienza e capacità diplomatiche e dialettiche. Vuol dire farsi un mazzo malgrado il metodo che, comunque, con l’esperienza acquisisci.

Credi che il teatro Napoletano nella scena nazionale, sia più efficace rispetto agli altri?
Ho un po’ paura a dichiararlo apertamente.

Per quale motivo?
Perché alcuni napoletani si fanno bastare questa provenienza per sentirsi i depositari del verbo. Se si riesce a non essere così, allora penso di sì, il teatro Napoletano ha spesso una marcia in più.

Dici che un vero attore si riconosce a teatro. Che cosa intendi dire?
Che quelli che non sanno recitare hanno inventato lo stile televisivo della fiction o di certo cinema pseudo naturalistico tutto sui fiati e senza timbro vocale. Recitare è energia, solo attraverso di essa si veicola il talento. L’attore non deve avere paura di sputare.

Sul palcoscenico ami improvvisare o segui un copione fisso?
Io sostengo che la vera capacità di improvvisare sia la capacità di far fronte a un imprevisto sulla scena. Angelo Beolco, meglio noto come Ruzzante, il padre della Commedia dell’Arte, sosteneva che non si improvvisa mai nulla a teatro che non sia stato improvvisato almeno cento volte davanti a uno specchio.

Dirigi la Compagnia Stabile del Teatro delle Muse. Quali sono le difficoltà con cui ti devi confrontare?
Un certo provincialismo.

Attualmente sei in scena con la Compagnia stabile del teatro delle Muse con lo spettacolo “La doppia vita di Sabato e Domenico”nel ruolo di autore, regista e protagonista. Di cosa tratta?
Tratta di un tentativo di riabilitare la propria immagine post mortem inscenando una finta dipartita. Persino di risolvere ingarbugliati problemi di infantile infedeltà attraverso l’espediente di farsi credere morti. Una commedia molto divertente e paradossale che si fonda su concetti psicanalitici. Chi di noi non è mai stato assalito dalla curiosità di come sarebbe considerato dopo morto. E questo personaggio vuole togliersi lo sfizio approfittando di un’occasione favorevole. Chissà se ne pagherà le conseguenze. Per saperlo bisogna vedere lo spettacolo.

Il tuo prossimo spettacolo è “L’ultima domenica”?
E’ uno spettacolo che rompe gli schemi del mio teatro.

Puoi essere più preciso?
Perché è un po’ commedia, un po’ recital, un po’ teatro civile e un po’ teatro musicale.

Di cosa tratta?
Tratta il sempre attuale tema della violenza negli stadi in maniera trasversale e completa. Si tratta di uno spettacolo pieno di suggestioni ed emozioni. Ma mi preme anche dire che non è uno spettacolo per soli appassionati di calcio, tutt’altro. Sullo sfondo di una tipica famiglia italiana si racconta di quanto il fenomeno della violenza può investire chiunque, anche chi non è interessato al calcio. Si avvale anche di un bellissimo supporto musicale con brani cantati e suonati dal vivo scritte da Andrea Pintucci.

Progetti?
Sto cercando di fondare una importante scuola di teatro. E uno spettacolo per celebrare Massimo Troisi, mio illustre concittadino.

Vuoi aggiungere altro?
Viva il teatro! Quello vero.

Sledet.com ringrazia Geppi Di Stasio per l’intervista.

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