Intervista al regista e sceneggiatore Federico Rizzo


“Mi rende orgoglioso fare film con pochi soldi e senza usare i soldi statali, ma a volte mi piacerebbe avere tutti i comfort che hanno i miei colleghi romani, intrallazzati con la politica e con i salotti che contano, ma poi mi guardo allo specchio e mi sento un uomo libero” spiega Federico Rizzo


Intervista di Desirè Sara Serventi

Federico rizzo

E’ un regista indipendente Federico Rizzo, che si è formato artisticamente presso la scuola del cinema di Milano e al D.A.M.S. di Bologna. Il regista che punta all’originalità nei suoi lavori cinematografici ha realizzato film molto diversi tra loro, senza mai cedere all’omologazione. Per lui il cinema indipendente può rappresentare una risorsa per rilanciare a livello mondiale tutta la filiera. Tra i suoi film spiccano “Il ragioniere della mafia”, il docufilm“Whisky di via Nikolajevka” e “Fuga dal call center”.

Dove ti sei formato artisticamente?
Alla scuola del cinema di Milano e al D.A.M.S. di Bologna, due ambienti, entrambi outsider.

Cioè?
Nel senso che si respirava un’aria utopistica proprio perché gli inciuci del cinema romano erano lontani e a quei tempi inarrivabili.

Nasci come attore, regista o come sceneggiatore?
Tutte e tre le cose.

Vuoi essere più chiaro?
Facevo l’attore per capire, così avrei potuto dirigerlo al meglio, studiavo da sceneggiatore perché in Italia il regista è quasi sempre anche l’autore della sceneggiatura o per lo meno la rimaneggia sempre e considerevolmente, ma il mio obiettivo fin da bambino era quello di diventare un regista completo cioè capace di fare generi diversi amando il cinema a 360 gradi, quello introspettivo, ma anche quello spettacolare.

Parli del tuo percorso lavorativo?
Le scuole sono state importanti ma ancor di più è stato creare un mio gruppo con cui ho iniziato fin dai 14 anni a realizzare autonomamente i cortometraggi, ne abbiamo fatti davvero molti, ci siamo fermati quando abbiamo vinto il Civis Award al parlamento europeo di Bruxelles con un cortometraggio sul razzismo intitolato “La tunica”, lì abbiamo capito che eravamo pronti a fare il salto ed abbiamo fatto il primo film nel 1999 che si intitolava “Storia malata”. Avevamo pochi mezzi, ma per fortuna l’avvento del digitale ci consentì di fare quel film senza dover cercare troppi soldi e quindi dei padroni aggiuntivi.

Che cosa intendi dire?
Che questo ci rendeva liberi di fare un cinema nuovo sperimentando artisticamente e contenutisticamente. In seguito i due film più importanti sono stati “Whisky di via Nikolajevka” un film sui ragazzi di strada della periferia milanese relegati in una via piena di case popolari dove c’è stato negli anni settanta il primo morto di eroina, e “Fuga dal call center” considerato da molti il manifesto del precariato.

Tratti tematiche importanti?
Sono film che nonostante trattino tematiche forti e importanti conservano al loro interno un forte umorismo e una grande dose di speranza per un futuro da migliorare.

Come regista come sei sul set?
I miei set sono sempre molto tranquilli, cerco di creare armonia e di valorizzare al massimo tutte le figure, motivandole e scegliendole con molta cura. Gli attori sono partecipi del processo creativo e anche i tecnici hanno molta libertà d’azione, sempre all’interno di un disegno ben preciso.

Sei stato il regista nel film per il cinema “Il ragioniere della mafia” dal racconto di Donald Vergari?
Non ho nessuna difficoltà ad ammettere che è stato un film molto difficoltoso perché ha avuto una settimana di riprese in meno per problemi produttivi, abbiamo iniziato il film senza aver chiuso il budget ed è stato un errore micidiale, alla fine siamo riusciti a portare a casa il film che prevedeva diverse location internazionali girando solo in Puglia e Basilicata.

Il film ha preso parte a festival internazionali?
Il film è stato preso in grossi festival internazionali come Montreal e Washington nonostante sia stato fatto con la metà del suo budget. Questa è una caratteristica che mi rende orgoglioso, riuscire a fare film con pochi soldi e soprattutto senza usare i soldi statali, ma devo ammettere che è molto faticoso e a volte mi piacerebbe avere tutti i comfort che hanno i miei colleghi romani, intrallazzati con la politica e con i salotti che contano, ma poi mi guardo allo specchio e mi sento un uomo libero.

Da chi è stato prodotto?
Da un gruppo di amici dell’attore Lorenzo Flaherty, alla sua prima esperienza come produttore.

Da chi era composto il cast?
Lorenzo Flaherty, Tony Sperandeo, Ernesto Mahieux, Salvatore Ruocco, Luca Lionello, Rosalinda Celentano, Simona Borioni, Ciro Petrone, Nando Irene.

Che cosa si intende con cinema di genere?
Un cinema che rientra in codici consolidati attinenti al cinema d’azione, in quel caso si trattava di una commedia criminale, ma ho fatto anche thriller psicologici vedi “Taglionetto” che è stato venduto in molte nazioni poiché questo tipo di genere è molto amato in tutto il mondo.

E in Italia?
In Italia viene visto come un cinema poco autoriali per via del fatto che non si affrontano grandi temi psicologici, difatti spesso i profili dei personaggi sono bozzettistici per dare più spazio alla suspance, all’azione e alla spettacolarità del cinema.

Un tuo parere sull’industria cinematografica italiana?
Non è meritocratica, i produttori rischiano poco e tendono a fare un cinema di cassetta molto mortificante per la creatività registica, l’unica soluzione è essere degli outsider.

E sul cinema indipendente?
Può essere la risorsa per rilanciare a livello mondiale tutta la filiera, ma le lobby gli dedicano poco spazio e poca visibilità.

Tra i tuoi lavori quale reputi il più importante?
Senza dubbio Whisky di via Nikolajevka, fu il film che ha inventato l’estetica della docufiction in Italia e su cui sono state fatte molte tesi di laurea.

Attualmente in cosa sei impegnato?
Nella ricerca di finanziamenti per i miei film.

Progetti?
Un film molto grosso in Asia e un paio di film in Italia che dovrebbero partire a breve.

Vuoi aggiungere altro?
Mi piacerebbe un giorno fare un film sul giudice Lombardini, un eroe cagliaritano che ha dedicato la sua vita alla lotta contro l’anonima sequestri e l’ha persa passando per aver baypassato le regole della giustizia, che erano insufficienti per prevenire e sconfiggere definitivamente quel sistema criminale.

 Sledet.com ringrazia il regista Federico Rizzo per l’intervista.

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