A parlare è il regista Massimiliano Mauceri


Tanti i premi da lui vinti e i riconoscimenti ricevuti sia in Italia che negli Stati Uniti


Intervista di Desirè Sara Serventi

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Il regista e sceneggiatore Massimiliano Mauceri, si sta facendo spazio nel mondo del cinema per la qualità dei suoi lavori. Tanti i premi vinti e i riconoscimenti ricevuti in Italia ma soprattutto negli Stati Uniti dove vi sono tanti festival di cortometraggi e sceneggiature. Ha fatto parte sia della giuria del Roma Fiction Fest che del London Indie International Film Festival. Attualmente è impegnato con la preparazione del suo primo lungometraggio dal titolo “ Writing The End”, scritto insieme ad Aisha Cerami e di cui sarà anche regista.

Quando nasce la tua passione per il cinema?
Da bambino, intorno ai 10 anni. C’è stato un periodo che guardavo quasi tutte le sere vecchi film in bianco e nero con i miei genitori e forse è stato quello il momento che mi ha fatto innamorare del cinema. Poi a 12 anni trovai in cantina una vecchia cinepresa Super8 di mio padre e un vecchio proiettore. Comprai le cartucce, e iniziai a girare per Firenze senza meta, riprendendo a casaccio un po’ di tutto. L’emozione che mi dava il rumore e la vibrazione della pellicola quando premevo il pulsante per girare era qualcosa che non si può spiegare. Avevo proprio la sensazione di stare imprimendo sulla pellicola ogni fotogramma visto nel mirino, ogni movimento di macchina, ogni inquadratura. Poi ci voleva circa un mese e mezzo per stampare la pellicola, e finalmente la potevo inserire nel proiettore e vederla proiettata sul muro. Insomma, nel mio piccolo universo di bambino adolescente, quello era il mio cinema e quello fu il momento in cui pensai: da grande voglio fare il regista. E non ho più cambiato idea.

Qual è stata la tua formazione artistica?
A 19 anni ho fatto una scuola di regia a Firenze, alla fine della quale ho girato il mio primo cortometraggio. L’anno successivo ero assistente sempre nella stessa scuola e qualche anno più tardi ci ho anche insegnato. Sempre in quegli anni, ho iniziato a lavorare per una importante casa di produzione di videoclip musicali e pubblicità. Facevo un po’ di tutto, dall’assistente, all’operatore, al montatore, al regista. Questa esperienza mi ha aiutato molto sia da un punto di vista umano che lavorativo, ho scoperto cos’era un vero set e ho capito cosa voleva dire una vera produzione al lavoro. Ma mi ha anche aiutato nella formazione del gusto estetico. Lavoravo con produttori e direttori della fotografia molto attenti all’estetica dell’immagine, quasi maniacali direi. Ed è stato un privilegio perché mi sono reso conto che il buon gusto per l’immagine, per l’arte, non è innato e forse nemmeno lo si impara, semplicemente lo si assapora, e quando si crea qualcosa, con un po’ di fortuna, si cerca di ritrovare sempre quel sapore.

Dove hai mosso i tuoi primi passi?
Ho iniziato come assistente alla regia per due lungometraggi, poi ho iniziato a scrivere e dirigere corti. Ho realizzato otto cortometraggi che mi hanno dato molte soddisfazioni, sono stati proiettati in tantissimi festival e hanno vinto diversi premi in Italia e negli Stati Uniti. Negli ultimi tempi mi sono dedicato alla scrittura di sceneggiature per lungometraggi.

E’ difficile emergere nel mondo della regia?
Molto. Come in tutti i campi artistici. Oggi forse ancora più di prima perché le nuove tecnologie hanno dato a tutti la possibilità di esprimersi attraverso le immagini e quindi la concorrenza è altissima.

Hai ricevuto diversi premi e riconoscimenti?
In un certo senso è imbarazzante parlare dei premi vinti, sia perché il confine fra modestia e vanità è labile, sia perché il fatto di non essere famoso è già di per sé una risposta migliore di qualsiasi cosa potrei dire. Diciamo per semplificare che ne ho vinti tanti, in Italia ma sopratutto negli Stati Uniti dove ci sono davvero tanti festival di cortometraggi e di sceneggiature. Ma appunto, non sono i premi che fanno di un regista un regista o di uno sceneggiatore uno sceneggiatore.

Parlando di cortometraggi e lungometraggi, per un regista ci sono differenze?
Non ho ancora diretto un lungo, rispondo quindi con le dovute cautele. Nel corto, sia la scrittura che la regia è facilmente controllabile, tutto si risolve in pochi minuti, è difficile perdere lo stile, sempre che il regista ne abbia uno o perdere l’atmosfera che si vuole dare all’opera. Nel lungo invece, i tempi sono molto più dilatati, bisogna avere quindi sempre in testa il film finito per poter mantenere la stessa efficacia di come è stato scritto. Ti può per esempio capitare di girare l’ultima scena del film nel primo giorno di riprese, e se non hai ben chiaro il climax che in sceneggiatura ha portato a quella scena, rischi poi, a film montato, di trovarti una scena finale che non ha la tensione recitativa e registica, che invece dovrebbe avere.

Cosa puoi dire riguardo l’industria cinematografica italiana?
Manca forse un po’ di coraggio, si ha la tendenza a fare sempre lo stesso film, la commedia o il cosiddetto film d’autore che spesso d’autore ha poco. Ultimamente però qualcosa sta cambiando, di recente sono usciti film che hanno interrotto questa tendenza. Per avere però una vera e propria industria si dovrebbe tornare a fare film di genere. Spesso in Italia si da troppa importanza al contenuto di un film più che al film stesso e così facendo si tralasciano invece tutti quegli aspetti tecnico artistici che trasformano un racconto per immagini in un film, in un’opera d’arte. Secondo me per il cinema, come per tutte le arti, non è tanto importante cosa dici, ma come lo dici. Parafrasando Hitchcock, nel cinema non è importante il messaggio che vuoi mandare, per quello basta un sms.

Il cinema indipendente è utile per i giovani che vogliono emergere nel mondo dello spettacolo?
A meno che non sia abbia una botta di fortuna e si passi dal nulla al fare un film importante e di successo, è chiaro che il cinema indipendente è fondamentale. E’ dove si formano i registi e gli attori. Sicuramente la teoria è importante e le scuole di cinema possono aiutare molto, ma poi è sul set che si fanno i conti veri e che si vede il talento.

Regista o sceneggiatore, la tua preferenza?
Premesso che ho sempre scritto le cose che ho diretto tranne per una pubblicità in cui ho curato solo la regia, mi sento intimamente più regista che sceneggiatore, forse perché nella regia non faccio fatica, decidere un movimento di macchina o un’inquadratura mi viene naturale, come se non ci fossero alternative a quello che scelgo, il che non è detto che sia un bene ma almeno non mi crea stress. Scrivere una sceneggiatura invece è un lavoro molto complesso, che richiede tantissimo tempo e molte energie mentali, nonché continui cambiamenti e tante stesure prima di arrivare a quella finale. La sceneggiatura è inoltre qualcosa su cui anche gli altri, come i produttori e gli attori, sentono la necessità di dare consigli e suggerire modifiche, il che non è assolutamente un male, anzi, spesso l’occhio distaccato di chi non l’ha scritta ma la deve produrre o interpretare, può aiutare a migliorarla, ma tutto questo processo rende il lavoro sicuramente molto complesso. In ogni caso, entrambe le cose, scrivere e dirigere, sono le cose che più amo fare.

Come ti rapporti con il cast con cui lavori?
L’approccio che hanno i registi con gli attori è spesso molto diverso, e dipende da tanti fattori, io prediligo sempre l’armonia sul set perché credo sia il modo migliore per spingere tutti a dare il proprio massimo, dagli attori alla troupe. E’ anche vero che poi l’atteggiamento del regista dipende molto dal carattere dell’attore, ci sono attori con cui si instaura subito un clima amichevole e di complicità e altri con cui si rimane piuttosto distanti. Credo che in ogni caso la cosa importante sia mettere a proprio agio l’attore e ascoltarlo, cercando di mediare fra quella che è la tua idea iniziale da regista e la sua sensibilità di interprete della sceneggiatura.

Attualmente in cosa sei impegnato?
Sto preparando il mio primo lungometraggio “Writing The End”, che ho scritto insieme ad Aisha Cerami e di cui sarò anche regista. E’ un thriller ambientato in un’unica location e con un solo attore. E’ stata una sfida scrivere un film così e sarà una sfida dirigerlo.

Progetti?
Ho altre due sceneggiature pronte che stanno riscontrando molto interesse, vedremo.

Vuoi aggiungere altro?
Che ti ringrazio per l’intervista, sei stata molto gentile ed è stato un vero piacere incontrarti.

 Sledet.com ringrazia il regista per l’intervista.

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