A parlare è la scrittrice Monica De Marco


E’ l’autrice del romanzo autobiografico Attimi di felicità e del libro Oltre il perdono


Intervista di Desirè Sara Serventi

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Con il romanzo “ Attimi di felicità” ha voluto far conoscere cosa vuol dire fare i conti con una malattia genetica rara, quale è la displasia ectodermica di cui è affetto il nipote. La scrittrice Monica De Marco è riuscita bene nel suo intento, riscuotendo con questo un ottimo riscontro tra i suoi lettori. Dopo il successo del suo primo libro autobiografico, si rimette in pista per scrivere un nuovo romanzo, una storia d’amore che però, come caratteristica non doveva essere banale. E’ sembra proprio che sia riuscita nel suo intento. Oltre il perdono, infatti ha partecipato e vinto il concorso che è stato indetto dalla Ciesse edizioni per la selezione di opere da inserire nella collana Pink. Una storia di tradimenti e di perdoni, quelli raccontati da Monica De Marco.

Se le chiedessi di raccontarsi, cosa risponderebbe?
Sono una normalissima donna di mezz’età che, come la maggior parte delle donne, ha dedicato se stessa e tutta la sua vita alla famiglia, marito, figli, nipoti, dunque niente di particolare da raccontare. Però è proprio dietro a questo “niente di particolare da raccontare” che si nascondono donne spettacolari.

Quindi?
Quindi sono uno spettacolo di donna. Peccato che ancora non se ne è accorto nessuno.

Quando nasce la sua passione per la scrittura?
Da quando ho imparato a leggere. Leggere mi emoziona, fin da piccola ho sperato di riuscire anch’io, un giorno, a emozionare gli altri attraverso la scrittura. Non ho mai scritto solo per me stessa, ma sognato un pubblico, che magari ti stronca, ti tira le pietre, ma comunque un pubblico. Un sogno che è rimasto tale, poco di più. Mi è capitato proprio a Prato, la città dove vivo, di portare personalmente in alcune librerie copia dei miei romanzi. Ho spiegato chi ero e chiesto non certo un posto in vetrina, ma un angolino, anche per terra, dove appoggiarli. Mi è stato risposto “no, non abbiamo spazio”. Difficile concretizzare i sogni e conquistare un pubblico in queste condizioni. Anche quello della scrittura è un mondo dove vanno avanti sempre i soliti, e i ben “ammanicati”.

Cosa l’ha spinta a scrivere il suo primo libro?
Il bisogno di buttare fuori tutto quello che avevo dentro e di far arrivare a diverse persone ciò che avevo da dire loro. Se non l’avessi fatto sarei esplosa.

Il suo esordio è con “Attimi di felicità”. Vuol parlarne?
Quello che mi preme sottolineare è il tema della malattia rara.

Vuole essere più chiara?
Mio nipote, oggi tredicenne, è affetto da displasia ectodermica, una malattia genetica rarissima. Solo chi ha provato sa cosa significa trovarsi di fronte a un qualcosa che non sai come affrontare, oltre a dover combattere con chi non capisce che “diverso” non significa sbagliato né tanto meno inferiore. Mentre scrivevo mi sono detta che chiunque avesse letto il mio libro se non altro avrebbe conosciuto la malattia. Uso le mie stesse parole: “… non dico che l’ho scritto per questo perché non sarei sincera, l’ho scritto per me stessa, ma se può servire a qualcosa, pur poco che sia ben venga…” per cui invito chi sta leggendo a dare un’occhiata, e se possibile un sostegno, al sito dell’ A.N.D.E., Associazione nazionale displasia ectodermica. Il loro aiuto ci è stato indispensabile, non li ringrazierò mai abbastanza.

Chi ha pubblicato il libro?
“Attimi di felicità” è frutto di una autopubblicazione. Avevo bisogno di quel libro, un bisogno quasi fisico, chi conosce la mia storia può capirmi.

Poi arriva il romanzo “Oltre il perdono”. Di cosa tratta?
Già mentre finivo di scrivere “Attimi di felicità”, ho iniziato a chiedermi se sarei stata in grado di scrivere un vero romanzo, cioè inventare una trama, dei personaggi. Così è nato “Oltre il perdono”. Niente di autobiografico stavolta. Ho cercato di scrivere una storia d’amore senza cadere nel banale, dove cuore non facesse rima con batticuore, tanto per intenderci. Chissà se ci sono riuscita.

Cosa vuol dire in questo romanzo, perdonare?
Bella domanda! Perdonare vuol dire andare avanti, a testa alta, nonostante tutto.

La figura principale del romanzo è Ester, quali sono gli elementi che la caratterizzano?
È una donna con “gli attributi”. Spesso si cade nell’equivoco di considerare il perdono come debolezza. Secondo me è esattamente il contrario.

Nel libro Luca si giustifica dicendo che si tratta solo di una sbandata. Perché una donna dovrebbe accettare come male minore la sbandata, è pur sempre un tradimento, o no?
Certo che sì, e una donna non dovrebbe accettare nemmeno una sbandata. In teoria. In pratica è tutta un’altra storia.

A suo parere cosa spinge una donna a passare oltre e perdonare l’uomo che ha affianco?
Dipende dai casi, ognuno è a sé, non si può generalizzare. Tornando a Ester, ci tengo a precisare che sì perdona, ma non per questo Luca se ne va via impunito, anzi!, lei non gli permetterà nemmeno per un secondo di dimenticare tutti i suoi errori.

Qual è il messaggio che vuol portare ai lettori con questo romanzo?
Tutti e nessuno, non ho scritto con l’intento di lanciare messaggi, è un compito che lascio agli scrittori veri, ma spero che in chiunque abbia letto sia rimasta dentro una bella emozione, anche solo per un po’. Sarebbe già tanto, anzi, sarebbe già un successo.

Ha autopubblicato Oltre il perdono?
Non avrei mai autopubblicato “Oltre il perdono”.

Per quale motivo?
Per due motivi molto semplici. Non me lo potevo più permettere, e non volevo. Mi ero detta che sarebbe diventato un libro solo se fosse piaciuto a qualcuno che ci avrebbe investito del suo. È successo davvero, non l’avrei mai creduto possibile.
“Oltre il perdono”, ha partecipato e vinto il concorso che è stato indetto dalla Ciesse edizioni per la selezione di opere da inserire nella collana Pink. Che cosa significa per lei?
Uno degli “attimi di felicità” più intensi di tutta la mia vita. Come direbbe Carlo Santi, il titolare della Ciesse, che di nuovo ringrazio, “il sogno aveva preso forma”. Non si è concretizzato in un successone, la vita non è facile né per gli scrittori sconosciuti né per la piccola e media editoria, ma ha comunque preso forma.

Scrivere per lei cosa rappresenta?
Un piacere innanzi tutto, che talvolta sfocia nel bisogno, e continuare a farlo significa non perdere la speranza che il sogno prenda sempre più forma e concretezza. Infatti “la speranza non è qualcosa di effimero, è rischio, perseveranza, azione, l’unico modo per cambiare un destino del quale il più delle volte noi stessi siamo gli artefici”. Sapete chi ha scritto queste bellissime parole? Io, in “Oltre il perdono”. Devo crederci, che faccio sennò?, mi prendo in giro da sola?

Attualmente è impegnata nella stesura di un altro romanzo?
Sono quasi alla fine del mio terzo romanzo. Lancio un appello: se nel frattempo qualcuno di quelli che contano, volesse dare un’occhiatina a “Attimi di felicità” e “Oltre il perdono” e tirar fuori, da entrambi, un bel film o una fiction da mandare in onda magari su Rai Uno io sono a disposizione. Il canone da qui in avanti si paga in bolletta, vediamo se vanno “oltre” i soliti pacchi.

Vuole aggiungere altro?
Sì, volevo ringraziare Simonetta Cappetti di Radio Canale 7, e Nicoletta Corsalini, poetessa e scrittrice, colei che mi ha insegnato tutto ciò che c’è da sapere per presentare un manoscritto a un editore. E a te Desirè, per lo spazio che mi hai concesso. E’ stata un’emozione, un altro attimo di felicità del quale farò tesoro.

Sledet.com ringrazia Monica De Marco per l’intervista, e si complimenta con lei per il suo modo di raccontare le storie in maniera coinvolgente e originale.

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