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Serata d’onore del maestro Casagrande: Caffè Notturno – C’è di peggio care signore


Articolo di Giorgio Alaia

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Un napoletano che scrive di Napoli tende solitamente ad elogiare ampiamente luoghi e prodotti o, al contrario, a vergognarsi della sua città, denuciandone soprusi, violenze e cose del genere. Ma quando si parla d’arte e, nella fattispecie, dell’arte della recitazione a parlare sono i plausi e le emozioni del pubblico. Quando si fa il nome di Eduardo, ad esempio, ci si immerge nella storia di questo paese, non è più una faccenda circoscritta alle strade, ai racconti e alle menti dei napoletani.

Ed è a quel pezzo di storia che appartiene Antonio Casagrande, ottantacinque anni compiuti da pochi giorni e la grinta di sempre. L’improvvisa conclusione di una carriera da cantante lirico a Milano – causa del fisico – lo porta dritto dritto nella compagnia di Eduardo. Antonio Casagrande è lo straordinario Luigi Strada in “Ditegli sempre di si” (Eduardo De Filippo, commedia televisiva trasmessa il 5 febbraio 1962) oppure l’avvincente Errico ‘Settebellizze’ in “Napoli milionaria!” (Eduardo, trasmessa il 22 gennaio 1962), ma come non ricordarlo nel simpaticissimo ruolo di Nat, boss malavitoso, padre di Vincenzo Salemme in “Amore a prima vista” da lui stesso interpretato e diretto. Che fosse un istrionico attore non vi erano dubbi e questa ultima reinterpretazione di una delle novelle di Pirandello ne è l’ennesima conferma. Il testo in questione è intitolato “L’uomo dal fiore in bocca”, che nel libero adattamento di Antonio Casagrande e di Maurizio suo figlio, altro meraviglioso interprete del cinema italiano contemporaneo, diventa “Caffè Notturno – C’è di peggio care signore”. Il progetto, che ha già raccolto successi nel duemilaquattordici e che si è proteso finora senza perdere il suo entusiasmo, è nato da un’idea e dalla passione per il teatro di Maurizio Casagrande, che ha apportato al testo dei risvolti molto interessanti riguardo il finale (che, ovviamente, non svelerò!).

La storia narra di un uomo che ama passare il suo tempo in una piccola stazione ferroviaria di provincia e si ritrova a conversare con un povero viaggiatore che, per aver perso il treno, è costretto ad attendere la corsa successiva. Diversamente dalla versione originale, in questo adattamento l’uomo è accompagnato da una pianista sin dal suo ingresso in scena e, invece del suddetto, incontra tre ragazze, studentesse e animatrici di villaggi turistici.

Lo spettacolo – molto legato anche all’antica tradizione partenopea del varietà – vanta la straordinaria interpretazione di tre attrici professioniste. Tiziana De Giacomo è la prima di queste ed il suo personaggio è una laureanda in parafarmacia. Il suo inconfondibile volto angelico era già presente nel cast di entrambi i film firmati dalla regia di Maurizio Casagrande; è Alice nel riuscito film di Natale duemilaquindici, “Babbo Natale non viene da Nord”. La laureanda che interpreta viaggia assieme a sua sorella, una compositrice di testi, interpretata da Ania Cecilia, cantautrice per davvero e vincitrice del Sanremofestival.59 del duemilanove con il brano “Buongiorno gente”. Il trio si chiude con Marianna Liguori, un’attrice di formazione classica che vanta tra le altre cose un corso intensivo di doppiaggio con Renato Cortesi; lei ha interpretato una calabrese in un dialetto strettissimo, che necessitava della traduzione simultanea dell’amica laureanda. Tre attrici in gamba e cantanti niente male, coadiuvate dalla figlia dell’autore, Paola Casagrande, che in scena è l’abile pianista. La compagnia è arricchita dal barista-poeta della stazione, un simpaticissimo Luca Varone.

Questo progetto trova sua origine nel desiderio di reinventare il teatro in qualcosa di attuale. Come giustamente commentava Maurizio Casagrande sulla rappresentazione, riproporre i grandi classici è pur sempre un rischio, ovvero quello di prendere qualcosa dal passato e lasciarlo legato a quel momento storico che non può emozionare allo stesso modo gli spettatori di oggi. Tanto meglio lavorare a riedizioni, senza perdere né dimenticare le origini, investendo sulle risorse preziose come quella di papà Antonio.

Photo: Massimo Medda Photography

 

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