Il poliedrico artista internazionale lucano Gaetano Russo 2


Un grande artista che con il suo talento e la sua maestria riesce a fare la differenza


Intervista di Desirè Sara Serventi

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Si è diplomato presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna, considerata una delle migliori in Italia, il poliedrico e versatile scultore, pittore, regista e scenografo lucano Gaetano Russo. Per lui l’arte è filosofia, rappresentato da un percorso fatto di continue domande e risposte associate ad una mappatura di esperienze che si traducono in opere d’arte. Per il Festival di Sanremo, ha realizzato un’interessante scultura per I Soundies Awards, una nuova sezione cui premio è stato assegnato sia alle nuove voci che ai big. Ha collaborato con dei grandi nomi del panorama cinematografico internazionale, tra cui a lui più cari Abel Ferrara e il premio Oscar Donald Ranvaud, evidenziando sempre di più il suo talento artistico. E’ imparentato col grande regista Francis Ford Coppola, con cui ha instaurato un ottimo rapporto dato da una continua frequentazione reciproca, dove l’artista ha carpito delle informazioni utili sul piano cinematografico e il regista le informazioni riguardanti la sua famiglia d’origine. Ed è proprio il fratello Michele Russo che ha realizzato un docufilm dal titolo “Il fischio di famiglia” che tratta della dinastia Coppola. Dopo varie mostre sia nazionali che internazionali, è pronto a ripartire per gli Stati Uniti per una mostra personale dal titolo Skin by Skin. Si tratta di un’esposizioni di grande spessore, organizzata dalla estimatrice e amica Emma Doyle,

Parli della tua formazione artistica?
La mia formazione artistica nasce dai primi approcci che sono stati quelli infantili.

Che cosa intendi dire?
Nel senso che ci sono cose che veramente vivono in te e che hanno bisogno di sbocciare in un linguaggio, che nel nostro caso sfocia in quello dell’arte. In quella fase tu non sai che quella è l’arte cui tu sei diretto, ossia un tragitto che poi sarà una via infinita, dove queste pulsioni ti portano ad avere stupore, eccitazione e sono queste le riflessioni che fa un ragazzo. Si tratta di una fase dell’età in cui il gioco diventa piacere e il piacere, diventa consapevolezza riflessiva e quindi critica.

Perché critica?
Perché quando ti rendi conto che gli altri ti dicono che questa cosa è bellissima, e tu la vivi come un miracolo per gli altri e per te, è una pura manifestazione naturale, quindi non puoi darle troppo credito se sta prendendo in te, la parte onesta di quel cammino che tu stai già affrontando come tale.

Sei diplomato in Scultura all’Accademia di Belle Arti di Bologna, che ricordo hai di quel periodo?
Un periodo fantastico, perché in quel momento si stavano realizzando quelli che erano i miei progetti, che avevo intanto coltivato con consapevolezza vera e che stavo affrontando con impegno. L’accademia di Bologna era considerata la migliore in Italia.

Qual è stata la prima cosa che ti è stata insegnata?
L’impegno. La fortuna di aver avuto degli ottimi insegnanti che mi hanno accompagnato per tutta la vita, mi ha insegnato a valutare quello che realmente significa impegno sia da parte mia che da parte loro nei miei confronti, ed è quello che ancora oggi insegno ai miei studenti all’Accademia delle Belle Arti.

La prima volta che hai toccato la creta come è stato?
Quando ho toccato la creta per la prima volta è stata un’esperienza bellissima, un vero contatto con la natura, un’emozione unica, una magia e oggi posso dire, una vera alchimia tra anima e materia.

Cos’è l’arte per te?
L’arte è filosofia, ed è paradossalmente e strettamente connessa ad una parte molto più viscerale, che poi da vita a riflessioni filosofiche. Non esiste arte dove non c’è riflessione, ricerca, stupore e meraviglia. L’arte è un percorso fatto di domande, di risposte e poi di altre domande e poi di altre risposte, infinitamente, una continua mappatura di esperienze che si traducono spesso in opere d’arte.

Nelle tue opere cosa trasmetti?
Voglio sicuramente trasmettere quello che ho in mente. Gli artisti lavorano per se stessi, anche se ovviamente essendo animali sociali il confronto è automatico, naturale e in qualche modo necessario.

Qual è stato il complimento più gradito che ti è stato fatto da altri artisti per le tue creazioni?
Tra artisti non si dice mai stai facendo cose belle.

Cosa intendi dire?
Che il bello inteso come tale in arte è definito interessante, ma non bello. Per esempio Joseph Beuys uno dei più grandi artisti che io ho amato nella mia giovane età, mi ha fatto i complimenti dicendomi che stavo facendo delle cose interessanti, e per me questo è stato un bel riconoscimento.

La tua escalation verso il successo arriva per te da allievo?
Ho vinto un premio nei primi anni ottanta come uno dei migliori allievi di tutte le Accademie italiane. Conservo l’opera gelosamente ed è una cosa che ho fatto, mentre facevo scultura nell’Accademia delle Belle Arti. Quest’opera che ha vinto, paradossalmente è un quadro.

Come si rapportavano con te gli insegnanti?
Gli insegnanti se vedono l’impegno, il talento e la tua predisposizione a cavalcare questi due elementi ti rimproverano e ti seguono, e se ti rimproverano vuol dire che ti stanno osservando, dunque bene.

Quindi?
Vedevo gli occhi puntati su di me, e questo mi faceva tremare e allo stesso tempo mi riempiva di gioia perché dovevo vincere questa sfida, e gli dovevo far vedere quello che sapevo fare, e infatti furono i miei stessi insegnanti ad organizzarmi durante gli studi una mostra in una grande galleria. Fu una grande sorpresa e una grande emozione, la mostra ebbe un grande successo.

Qual è il confine tra pittura e scultura?
Non c’è, poiché è concettuale.

Dalla scultura alla pittura passi alla regia e alla scenografia. Vuoi raccontare come è avvenuto questo passaggio?
In realtà ci sono tratti apparentemente invisibili, che invece sono delle marcate connessioni da un linguaggio e l’altro. Una delle caratteristiche che ha contraddistinto il mio percorso artistico è stata la curiosità il motore principale di tutto, e mi ha portato ad esplorare un po’ tutti i linguaggi dell’arte, quindi anche quelli teatrali e cinematografici.

Hai collaborato con dei grandi nomi del panorama cinematografico internazionale. Parli dell’esperienza che ti ha dato più soddisfazione?
Ho collaborato con molte figure di spicco. Ho in verità avuto la fortuna di conoscere moltissimi autori, registi, produttori importanti, più di quanti potessi immaginare, e ognuno di essi mi ha lasciato sicuramente qualcosa. Vorrei sottolineare che nei rapporti sia professionali che umani quello che naturalmente e istintivamente cerco e prediligo è l’umanità che per me diventa un valore aggiunto importantissimo.

Potresti indicare alcuni nomi?
Istintivamente mi viene da pensare tra i tanti il caro e grande Abel Ferrara, e poi il mio caro amico Donald Ranvau. Uno un grande e sensibile regista, l’altro un bravissimo produttore indipendente per altro vincitore di un premio Oscar.

In famiglia avete la predisposizione per l’arte, considerando che siete imparentati col grande regista Francis Ford Coppola. Vi è stata qualche influenza da parte sua?
Sul piano dell’incidenza artistica ne hanno avuto più i miei genitori che non lui. Mia madre è una bravissima sarta, e io credo di aver carpito più dalle sue mani che facevano un uncinetto straordinario o tagliavano un vestito, o segnavano col gesso bianco le sagome. Io la guardavo affascinato, la spiavo, ho colto forse più da mia madre che non da Francis, con cui ho un bellissimo rapporto, e quello che per anni e anni si è rivelato tale e ricco è stata la quantità enorme di informazioni che mi dava, io gli chiedevo tutto e di più di tutto.

Tuo fratello Michele ha fatto un docufilm sulla famiglia Coppola?
Mio fratello Michele ha fatto un bellissimo docufilm dal titolo “Il fischio di famiglia”, al quale io in maniera molto ridotta ho contribuito, ma è un opera realizzata e scritta da lui. Ha fatto questo documentario partendo dal 1850 fino a oggi, su tutta la dinastia dei Coppola, iniziando da un grande uomo che era il bernaldese Agostino Coppola, cioè il nonno di Francis.

Come nasce l’idea di questo documentario?
E’ partito tutto dal fatto che Francis ci chiedeva sempre del nonno Agostino, e ci parlava di lui continuamente in maniera ossessiva, e quindi mio fratello è entrato in questo tunnel interrogatorio.

Hai un curriculum d’eccezione. Tra teatro, cinema e televisione a quale sei più legato?
Sono realmente affascinato da tutte le espressioni, comunque in genere si dice sempre l’ultimo, ma non perché sia un modo di dire ma perché in realtà si tratta dell’ultimo step. In questo caso comunque è l’ultimo lavoro e si tratta di un film dal titolo “Le terre rosse” con la regia di Giovanni Brancale. Ci tengo a spendere due parole su Giovanni Brancale, che è stata una sorpresa positiva, sia sul piano umano che professionale. Sul set si è creato un clima straordinario con tutti.

Di cosa tratta?
Si tratta di un film storico di un periodo molto importante per la nostra terra, in particolare la Basilicata che va dal 1860 al 1890.

Il film parteciperà al Festival internazionale del cinema di Toronto?
Proprio in questi giorni mi è arrivata la notizia molto bella, che è quella che, probabilmente il film Le terre rosse, sarà selezionato per il Festival.

Che parere hai sul cinema indipendente?
Il cinema indipendente ha una sua natura tutta particolare, e sotto certi aspetti si può ritenere per assurdo più nobile del cinema dei grandi colossi americani, perché in realtà lo dice la parola stessa è un po’ fuori dai canoni, appunto è indipendente. Quindi per alcuni aspetti non ha vincoli o per lo meno non sono così determinanti come nelle major.

Partirai per gli Stati Uniti?
Sto preparando una mostra molto importante a livello internazionale, che avrà luogo in California e che per me ha un grande valore e spessore perché è il frutto di una serie di ricerche portate avanti negli ultimi due anni un po’ su tutti i fronti, compreso quello didattico. E’ una mostra sponsorizzata dalla curatrice Emma Doyle. Lei è una estimatrice che ho conosciuto durante una delle mie tante mostre e che nel tempo mi ha sempre seguito.

E’ vero che hai intenzione di aprire una scuola di scenografia?
Potrei dire che sicuramente essendo questa la mia competenza nel cinema mi piacerebbe tanto che in futuro un progetto come una scuola di scenografia, si potesse realizzare. Un tema per me molto caro che è quello della formazione, forse perché sono un insegnante e ritengo che in tutte le cose a livello culturale, questo sia un elemento molto importante.

Hai realizzato una interessante scultura per I Soundies Awards di Casa Sanremo 2016?
E’ stata un opera per una nuova sezione del Festival di Sanremo, che si chiama Soundies Awards, ed è un premio che ho realizzato perché il direttore artistico di questo evento, il regista e mio caro amico Giuseppe Marco Albano, mi ha comunicato che aveva ricevuto questa mansione come direttore artistico per questo premio, che è un premio che va attribuito al videoclip degli artisti in gara, sia nella categoria dei giovani che dei big.

Parli di questa esperienza?
È stata una bellissima esperienza, prima di tutto perché ho ricevuto degli ottimi consensi e questo per chi fa il mio lavoro è sempre un piacere, ma la cosa ancora più entusiasmante per me, è che questa cosa nasce in simbiosi non solo con Giuseppe che ha avuto la gentile idea di pensare a me come chi potesse realizzare questo premio, ma l’abbiamo fatto su una base di un idea che mi ha proposto lui, ovvero di valutare come elemento dove prendere le idee per realizzare questa opera, i primi strumenti usati per vedere i videoclip, così ho iniziato a lavorare, sforzandomi di trasformare il premio in una scultura e viceversa.

Che materiali hai usato?
Ho utilizzato materiali che io solitamente adopero per le mie sculture, quali vetro, rame, argento e alluminio e la cosa per me bella e che tengo a sottolineare è che questo premio è stato da me concepito, però realizzato con l’ausilio e la cortesia di altri bravissimi artigiani del luogo.

Attualmente in cosa sei impegnato?
Sono impegnato in tante cose, tra cui film e l’insegnamento presso l’Accademia delle Belle Arti, e non solo.

Progetti?
E’ alle porte l’inaugurazione di un museo, dove dieci stagisti mi hanno seguito in questa avventura e sono diventati anche loro dei miei collaboratori. Il museo si chiama Museo del Paradosso ed è sito in un bellissimo luogo che è una fondazione, la fondazione Alario dove io ho avuto il privilegio di essere il direttore e il responsabile principale del progetto. All’interno ci sono varie opere che quest’anno contemplavano la presenza di giovani artisti. Le opere erano improntate sul concetto del paradosso.

Vuoi aggiungere altro?
Voglio fare un ringraziamento alla mia famiglia colonna portante della vita artistica e non, senza loro, il mio progetto esistenziale e artistico sarebbe poca cosa, e un ringraziamento generale ai miei amici e a tutti coloro che mi hanno affiancato e mi affiancano in quelli che sono i miei progetti, realizzati e da realizzare. E se mi è consentito un ringraziamento anche a voi che mi date l’opportunità di parlare della mia vita e dei miei progetti e del mio vissuto.

Sledet.com ringrazia il grande artista per l’intervista.


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