Intervista allo storico del doppiaggio Gerardo Di Cola


Esperto sia sul campo della scienza che su quello del doppiaggio


Intervista di Desirè Sara Serventi

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E’ un esperto del doppiaggio il professor Gerardo Di Cola, docente di matematica e fisica che per diletto si è avvicinato al mondo del doppiaggio. Autore del libro “Le voci del tempo perduto” dove ha ricostruito la storia del doppiaggio basandosi su documenti originali. Tra i suoi lavori spicca il cortometraggio Il secondo principio, tra i documentari “Le capanne in pietra a secco”, “I registi italiani e il doppiaggio” e “Gli interpreti del cinema italiano e il doppiaggio”.

Docente di matematica, fisica, esperto del doppiaggio due mondi differenti?

Due mondi diversi, eppure non sono il primo che ha cavalcato il mondo della scienza e quello del doppiaggio. Alla fine degli anni trenta e fino al 1952 Mauro Zambuto, la voce di Stanlio quando Alberto Sordi era quella di Olio, trascorreva le sue giornate nell’Università La Sapienza di Roma in qualità di professore di Fisica e nella sale di sincronizzazione in qualità di doppiatore. Nel mio piccolo ho studiato per passione fisica e per diletto il doppiaggio applicando allo studio di quest’ultimo il metodo scientifico imparato dallo studio della prima.

Come si diventa doppiatore?                                                                              

Per prima cosa bisogna frequentare le scuole di recitazione e dopo quelle di doppiaggio. Nel passato si diventava doppiatori in modo del tutto naturale come conseguenza della frequentazione dei palcoscenici teatrali, televisivi, radiofonici e cinematografici. I doppiatori erano innanzitutto attori, quelli che io chiamo doppiattori.

Cosa può dire riguardo alla gavetta attoriale?                                              

Oggi si tende ad approdare nel mondo del doppiaggio senza la gavetta attoriale, chiunque ritenga di avere una bella voce pensa di poter fare il doppiatore, non è così. Vorrei sfatare una diceria sui figli o nipoti dei doppiatori. Forse all’inizio sono avvantaggiati nell’entrare nel mondo delle voci ma se non dimostrano abnegazione e capacità notevoli non potranno mai entrare nell’olimpo dei doppiatori.

Ha scritto il libro “Le voci del tempo perduto”, di cosa tratta?                  

Il libro tratta della storia del doppiaggio, una storia mai scritta. Prima dell’uscita di “Le voci del tempo perduto” sul doppiaggio si trovavano soltanto un centinaio di articoli apparsi dal 1936 e pochi testi che non ricostruivano la storia ma si limitavano a elencare i doppiatori e gli attori cui prestavano la voce. Ho cercato di ricostruire una storia coerente basandomi sui documenti originali recuperati e le testimonianze dei grandi del doppiaggio italiano che va dal dopoguerra alla fine degli anni ’70.

Che cosa ha voluto individuare?                                                                              

Il primo obiettivo era di dare visibilità ai doppiatori del passato che avevano trascorso la loro esperienza in un oblio quasi assoluto, il secondo era di dimostrare che questi stessi doppiatori non erano attori di serie B. Quei doppiatori avevano contribuito in maniera sostanziale a sorreggere l’industria cinematografica italiana dal dopoguerra in poi.

In che modo ha ricostruito la storia del doppiaggio italiano e dei suoi interpreti?                                                                                                                      

Il metodo scientifico si basa innanzitutto sulla raccolta dei dati, la sistemazione degli stessi e poi l’analisi. La raccolta dei dati è avvenuta ricercando i documenti originali come gli atti notarili di costituzione delle società di doppiaggio, carteggi, intercorsi. Intanto visionavo i film stranieri e italiani e compilavo le relative schede con i nomi dei doppiatori. Infine un centinaio di interviste ai doppiatori, che sarebbero apparse nel volume.

Qual è l’elemento fondamentale nella ricerca di un doppiatore?                

Il doppiatore diventa tale quando acquisisce la capacità di recitare soltanto con la voce, riproponendo quella dell’autore doppiato che utilizza tutto il corpo, quando acquisisce la capacità di incollarsi al volto del doppiato acchiappando i suoi movimenti delle labbra, quando diventa padrone del sincronismo, e quando acquisisce la capacità di mimetizzarsi. Si dice che i migliori doppiatori sono quelli che non si fanno riconoscere.

Quale tra i suoi cortometraggi e documentari reputa il migliore?                

Per il cortometraggio sicuramente “Il secondo principio”, per il documentario “Le capanne in pietra a secco, un’architettura senza tempo”, per il documentario legato al doppiaggio due titoli “I registi italiani e il doppiaggio” e “Gli interpreti del cinema italiano e il doppiaggio”.

A suo parere qual è la difficoltà che si può trovare nel fare un doppiaggio?                                                                                                            

Ricreare esattamente le atmosfere del film, non alterare gli intendimenti del regista, restituire le interpretazioni in voce cercando di uniformarsi il più possibile a quelle proposte dagli attori.

Come è visto il mondo del doppiaggio?                                                      

Storicamente molto male dai critici cinematografici. Il primo acerrimo nemico del doppiaggio è stato Michelangelo Antonioni quando era un giornalista critico, poi, però, ha utilizzato a piene mani il doppiaggio quando è diventato regista. Invece il grande pubblico, che non si rendeva conto del fenomeno, non si schierava contro il doppiaggio. Le sale cinematografiche erano affollatissime nel dopoguerra e lo sarebbero state fino alla fine degli anni ’70. I critici non potendo contrastare l’ineluttabile fenomeno, pensarono bene di non parlare di doppiaggio con un atteggiamento omertoso. Un film doppiato è “Roma città aperta”, eppure nessuno l’aveva mai detto fino a quando nel 2001 ho scritto “Profilo di storia del doppiaggio” per “Il Doppiaggio” a cura di Alberto Castellano edito dall’AIDAC.

In cosa è impegnato?                                                                                                  

Sto elaborando i dati per ricostruire la storia del doppiaggio dal 1970 ai giorni nostri. Il libro che dovrebbe essere il seguito di “Le voci del tempo perduto”, lo scriverò con il direttore dell’Encicolpedia del doppiaggio Andrea Razza. Ho iniziato pure un nuovo libro, che tratterà il doppiaggio in maniera marginale, su Dean Martin. Il cantante attore, i cui nonni erano nati a qualche chilometro dalla mia abitazione di Pescara, era prevalentemente doppiato da Gualtiero De Angelis. Vorrei ricordare che il con il mio nuovo lavoro “Il teatro di Shakespeare e il doppiaggio”, che è uscito un anno fa, ho voluto mettere in evidenza la grane perizia tecnica e recitativa dei doppiatori italiani che sanno misurarsi anche con i testi del grande drammaturgo. Quanti attori italiani saprebbero fare altrettanto?

Un professionista che è riuscito a farsi apprezzare per la sua preparazione in tema di doppiaggio, data da tanto studio.

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